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Demanio: 30 immobili tornano al Comune di Milano

Rogito firmato: 30 beni venduti tra 2007 e 2010 ai fondi BNP Paribas rientrano al Comune, con 170 appartamenti e 40 ettari di terreni agricoli.

di Redazione Omnimilano ·

Trenta beni immobiliari venduti tra il 2007 e il 2010 tornano nella proprietà del Comune di Milano. Il rogito è stato firmato il 27 luglio 2026 dalla Direzione Demanio e Patrimonio e chiude un’operazione avviata con una delibera approvata dal Consiglio comunale nel 2022. Lo comunica il Comune di Milano.

Cosa rientra nel patrimonio pubblico

Il pacchetto comprende circa 170 appartamenti, alcuni stabili di edilizia popolare con decine di alloggi liberi, spazi per servizi e circa 40 ettari di terreni agricoli. Ci sono anche due edifici storici, entrambi sedi di ANPI e di associazioni: l’ex Municipio di Crescenzago e una palazzina d’inizio Novecento ad Affori. Il valore stimato oggi del portafoglio residuo è di 35 milioni di euro.

Gli appartamenti andranno a rafforzare il Piano Straordinario Casa del Comune, aumentando l’offerta di abitazioni in affitto accessibile. I due edifici storici, spiega l’Amministrazione, manterranno la loro vocazione sociale e saranno valorizzati tenendo conto della funzione storica e delle richieste dei Municipi e del territorio. I terreni agricoli saranno destinati a progetti di agricoltura e cura del territorio, con il coinvolgimento di imprese, cooperative e realtà del Terzo settore.

La stagione delle dismissioni che si chiude

Oltre sedici anni fa Palazzo Marino aveva ceduto 141 proprietà comunali per un valore complessivo di 355 milioni di euro a due fondi immobiliari — il Fondo Milano I e il Fondo Milano II — gestiti da BNP Paribas, sotto l’Amministrazione guidata dal sindaco Letizia Moratti (i 30 beni che rientrano oggi erano stati venduti in quella fase, tra il 2007 e il 2010). Negli anni i fondi hanno venduto gran parte del patrimonio conferito: tra gli immobili usciti dal perimetro pubblico ci sono il palazzo di Porta Romana 8 (ceduto per 37 milioni), via Bagutta (26 milioni), corso XXII Marzo 22 e stabili in via Mascagni, via Morigi, corso Como, via Scaldasole e via Anfiteatro.

“Chiudiamo definitivamente una stagione iniziata quasi vent’anni fa, una fase nella quale il patrimonio pubblico veniva gestito prevalentemente attraverso strumenti finanziari pensati per la dismissione”, afferma l’assessore al Bilancio, Demanio e Piano straordinario Casa Emmanuel Conte. “Passiamo dalla logica della dismissione indistinta a quella della valorizzazione pubblica bene per bene. Il patrimonio comunale non è un portafoglio finanziario: è uno degli strumenti con cui una città costruisce casa, lavoro, servizi e comunità”. Il ritorno degli immobili, aggiunge, permette di destinarli alle politiche pubbliche e non “all’obiettivo prioritario della vendita previsto dai fondi immobiliari”.

Perché conta il tipo di proprietario

La differenza pratica sta nella missione di chi possiede l’immobile. Un fondo immobiliare chiuso nasce per valorizzare gli asset conferiti e restituire il capitale ai sottoscrittori: la vendita è lo sbocco naturale, non l’eccezione. Un immobile comunale, invece, può restare fuori mercato ed essere assegnato a funzioni pubbliche — case a canone accessibile, sedi di associazioni, servizi di quartiere. È la stessa logica seguita dall’Amministrazione con la strategia di recupero dei venti immobili pubblici in disuso, fondata su concessioni anziché vendite.

Ricadute concrete si vedranno soprattutto nelle zone dove si trovano i beni recuperati: Crescenzago, nella periferia nord-est, e Affori, a nord. In entrambi i casi gli edifici ospitano già presìdi associativi che, con il passaggio al Comune, non dipenderanno più dalle scelte di vendita di un fondo.

Fonte: Comune di Milano.